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LOTTA ALLA MAFIA
A LEZIONE CON GIUSEPPE FAVA

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PALAZZOLO ACREIDE 22 DICEMBRE 1983

«Bisogna lottare per una società dentro la quale non ci siano miserabili, dentro la quale non ci siano poveri, dentro la quale non ci siano milioni di persone costrette ad emigrare perché la disperazione li caccia via dal paese in cui vivono. Bisogna ogni giorno lottare per migliorare la nostra società». Con queste parole circa 34 anni fa, Giuseppe Fava si rivolgeva alle nuove generazioni di Palazzolo Acreide durante una lezione dedicata alla mafia. Erano anni bui per il territorio siciliano, martoriato da temi troppo scomodi, silenzi dolosi e paure di dar voce alla verità. Anni che videro il susseguirsi di stragi, cronaca nera e di solitudine. E per Pippo Fava – giornalista e drammaturgo da sempre in prima linea nelle denunce dei malesseri di questa società, sempre più sopraffatta dalla violenza e dalla corruzione – quell’incontro rappresentò un modo per “smuovere” nell’anima degli alunni, quel senso di ribellione alla rassegnazione e alla convinzione che non vi sia altra forza a muovere la storia se non l’avidità dell’uomo.

Un discorso che oggi più che mai rappresenta uno straordinario esempio di passione e di tenacia di un uomo che, per aver dato la forza alle proprie idee di denuncia portata avanti sui suoi giornali e nelle sue opere letterarie, è stato barbaramente assassinato. Una lezione sulla verità e sull’amore per la giustizia che Fondazione Fava intende riportare in vita in un opuscolo cartaceo da distribuire nelle scuole, con l’obiettivo di sensibilizzare e stimolare i più giovani a riflettere sul valore della legalità e della lotta contro la mafia: «E per fare questo bisogna che voi, ecco l’operazione che la scuola dovrebbe condurre, impariate a stare dentro la politica, facendo politica nel senso antico del termine, nel senso greco del termine».

Per farlo abbiamo bisogno dell’aiuto della #gentelaboriusa: con 1000 € raccolti sulla piattaforma attraverso le vostre donazioni digitali, la Fondazione potrà stampare 500 copie da presentare e distribuire gratuitamente agli alunni, per creare nel nostro territorio una cultura “dal basso” capace di irrompere in quel silenzio diffuso di paura e per aprire un dialogo costruttivo ed educativo in grado di coinvolgere tutti perché « tutto quello che vi capiterà nella vita dipenderà da come voi sarete capaci di stare con la mafia o di lottare contro la mafia».

«Io mi batterò sempre per cercare la verità, in ogni luogo ove ci sia confronto fra violenza e dolore umano. E capire il perché».

BIOGRAFIA

Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 Settembre del 1925. Profondamente innamorato del paese natale, dove i genitori abitarono sino alla fine degli anni ’90, lo visitava spesso e lo ha celebrato nei suoi scritti. Negli anni ’40 si trasferì a Siracusa per frequentare il Ginnasio ed il Liceo. Fu tra i migliori alunni del Liceo Gargallo, che recentemente ha intitolato all’illustre allievo la Biblioteca dell’Istituto. Visse a Siracusa gli anni della guerra in Sicilia, dedicando a quel soggiorno splendide pagine.

Dopo gli studi liceali si trasferì a Catania e si laureò in Giurisprudenza. Alla carriera di avvocato preferì la professione di giornalista, che iniziò come cronista al giornale Sport Sud di Catania.

Alla fine degli anni ’50, col cambiamento di gestione di quel quotidiano, passò al giornale L’Isola – Ultimissime, prima di approdare, sempre come capocronista, al quotidiano catanese del pomeriggio Espresso sera, ove lavorò per oltre venti anni. In quel periodo, oltre l’impegno quotidiano al giornale, fu inviato speciale del settimanale milanese Tempo, e corrispondente del Tuttosport di Torino.

Oltre alle numerose inchieste giornalistiche, raccolte successivamente nei volumi Processo alla Sicilia (1970) e I Siciliani (1980), negli stessi anni maturò una straordinaria vocazione artistica, letteraria e pittorica. Numerosi furono i premi vinti (Premio Vallecorsi con Cronaca di un Uomo, Premio IDI con La Violenza). Gli anni successivi videro la pubblicazione di opere di grande maturità e complessità che hanno consacrato lo scrittore siciliano come acuto testimone del suo tempo e come profondo studioso ed esperto del fenomeno della mafia siciliana.

Nel 1980 fu chiamato alla direzione del Giornale del Sud, idea editoriale maturata all’interno dell’ambiente imprenditoriale, politico e giornalistico della Catania di quegli anni. Fu subito un giornale irriverente, senza prudenze, né ossequi. I notabili furono chiamati a rispondere dei loro misfatti, il sacco edilizio, l’arrembaggio dei mafiosi, la rassegnazione degli onesti. La reazione al pericolo rappresentato da Fava e dal Giornale del Sud fu immediata e forte: la censura, le minacce, gli attentati ed infine il licenziamento. Pochi mesi dopo la rottura di Fava con l’editore il giornale cessava le pubblicazioni.

Nel 1982 Giuseppe Fava costituisce, insieme alla parte della redazione del Giornale del Sud che ne aveva condiviso le scelte di fondo,  la cooperativa editoriale Radar e registra una nuova testata I Siciliani. Con quel mensile dall’elegante veste tipografica, Fava aveva scelto di raccontare la Sicilia come metafora di quei tempi: la devastazione dell’ambiente, la trappola nucleare di Comiso, la sfida della mafia. Temi che aveva già affrontato nella attività letteraria e che trattava ora col rigore del giornalista. Giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte, che vuole essere appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno.

I temi sviscerati quotidianamente nelle inchieste, strettamente contestualizzati nel decennio italiano che tentava disperatamente di lasciarsi alle spalle gli anni di piombo, maturarono la forte idea teatrale de Ultima Violenza, andata in scena al Teatro Stabile di Catania nel novembre-dicembre 1983. Dramma documento di quello che può succedere quando la società ferita e morente farà l’ultimo tentativo di salvezza; un processo a sette personaggi coinvolti forse in un solo assassinio, politici, finanzieri, terroristi e mafiosi, emblematici di tutta la violenza. Il palazzo di giustizia stretto in assedio; fuori l’imminenza della tragedia; può essere una terribile rivolta popolare, oppure il trionfo degli assassini. Una tragedia collettiva dalla quale emerge la vicenda di un uomo solo in cui si aggrovigliano tutte le componenti drammatiche, il dolore, la paura, l’ironia, la vendetta, la speranza, il sogno. Un personaggio che si eleva solitario e misterioso nel cuore della tragedia fino alla rivelazione finale. Arcangelo o diavolo? Domanda giusta, poiché non sappiamo chi sarà presto o tardi il padrone della società italiana e quindi della nostra vita.

Ancora una reazione al pericolo Fava, questa volta ancora più forte, cinque pallottole umide di pioggia la sera del 5 Gennaio del 1984, alle 21,30.

Non fa in tempo a voltarsi né a stupirsi. Probabilmente non si accorge neppure di morire. Sarà l’unico effimero conforto per la famiglia.

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